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Abbiamo deciso di scrivere un blog perché pensiamo che ci sia ancora bisogno, forse oggi più che mai, di spiegare a cosa serve il doppiaggio.

Ma prima facciamo un passo indietro: la versione originale è sacra. Siamo noi i primi a comprendere la difficoltà di “sentire” prodotti doppiati che provano molti registi e addetti ai lavori. Il suono in presa diretta con i veri ambienti e con le emozioni che si creano girando le scene hanno una forza e una verità che difficilmente si possono ricreare in studio. Per questo non si può dar torto a Marco Tullio Giordana che afferma che: «doppiare un film non è come tradurre un romanzo, ma come tradurre una poesia: si tratta di un lavoro complicato».

Ciò nonostante è indubbio che si possano avere dei doppiaggi veramente vicini all’originale come recitazione e suono. La storia italiana è piena di simili esempi e di interpretazioni memorabili. Non bisogna poi dimenticare che il doppiaggio è un’arte che necessita un gran lavoro attoriale e non solo “vocale”. Ogni lavoro di doppiaggio è un lavoro assolutamente artigianale, tailor made, confezionato come un vestito su misura per adattarsi al meglio a chi lo indossa. Non sarà mai perfettamente standardizzato come un prodotto di serie, ma porterà con sé i tante piccoli segnali del passaggio di una mano attenta. È esattamente quello che accade con un doppiaggio fatto bene: la “mano” attenta qui, saprà aggiustare in corsa, adattandosi con intelligenza, per riprodurre l’originale al meglio che possa consentire la lingua di destinazione.

 

 

Un aneddoto capitato a Marco Guadagno può servire da esempio di questo continuo lavoro di “assestamento” che fa il doppiatore. Ad inizio anni Ottanta a Guadagno fu chiesto di doppiare la serie a cartoni animati I Puffi, dove interpretava Quattrocchi (il personaggio saccente e un po’ borioso che cercava spesso di farsi valere come capo carismatico con scarsissimo successo). Un giorno in sala di doppiaggio, registrando una scena, Marco si rende conto che dicendo una battuta sarebbe arrivato “corto” e che quindi avrebbe finito la frase tradotta e adattata dall’originale mentre il personaggio avrebbe continuato a muovere la bocca. Preso dal senso di quello su cui il personaggio andava pontificando, a Marco venne spontaneo aggiungere al volo la frase «che è meglio!». Ebbene, quello poi è diventato il tormentone di più di una generazione, riportato anche su Wikipedia e siti vari. Eppure in originale non è mai esistito! Quindi si può dire che l’originale è stato tradito, ma siamo convinti che il prodotto iniziale ne abbia giovato.

Come per la traduzione letteraria – su cui si sprecano da sempre le polemiche (vedi per esempio quella sul libro La Vegetariana) – anche per il doppiaggio la storia è fatta di alterne fortune. Ma ricordiamoci che se da sempre si fossero letti libri e visti film solo nella loro lingua originale, molti popoli avrebbero perso tantissimo a livello culturale, non avrebbero potuto fruire della bellezza e del genio di autori meravigliosi da tutto il mondo.

Insomma, il doppiaggio serve ad arrampicarsi sulla torre di Babele, e grazie ad essa, ad avvicinarsi alla divinità. Quella della conoscenza.