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Per chi si occupa di doppiaggio il suo nome è una garanzia: parliamo di Gerardo Di Cola, che prosegue la sua rubrica mensile sulla storia di questa arte spesso misconosciuta.

L’ultima società ad affac­ciarsi con un proprio stabilimento sulla scena del doppiaggio é la Caesar di Barattolo alla fi­ne del 1933. L’esperienza degli attori italiani fatta a Joinville induce i responsabili degli sta­bilimenti di sincronizzazione a servirsi di loro per iniziare la nuova attività del doppiaggio, che deve portare lo spettatore italiano a gode­re il film senza l’assillo della didascalia che di­strae, non chiarisce, affatica, non coinvolge. La necessità ha, quindi, determinato la forma­zione di alcuni gruppi di attori che, tra una rappresentazione teatrale e una partecipazio­ne al cinema, non disdegnano di doppiare film stranieri per un guadagno non lauto ma sicuro e immediato. C’è anche una certa co­modità nel lavoro non itinerante del doppia­tore, che deve spostarsi soltanto da uno stabi­limento all’altro e non deve sottoporsi a estenuanti memorizzazioni di più testi tea­trali come la consuetudine dell’epoca richiede. Questi primi doppiatori, sono guidati da registi di esperienza consolidata, ed hanno alle spalle anni di palcoscenico nelle compagnie più accreditate degli Anni ’20 e ’30.

(immagine tratta da www.enciclopediadeldoppiaggio.it)

Dunque interpretando i desideri del pubblico, come hanno imparato sulle scene, e lavorando sola­mente sulla espressività vocale, cercano, attraverso una vasta gamma di timbri e tonalità, di aderire il più possibile al volto di turno, instaurando con lo spettatore dapprima un sottile legame, che il tempo ren­de sempre più coinvolgente fino a raggiunge­re una dimensione di dipendenza psicologica. Il pieno godimento dell’opera filmica è subor­dinato alla presenza o meno delle stesse voci. È soprattutto un lavoro che viene recepito come rassicurante da un pubblico che ancora vive la finzione cinematografica come una esaltazione magica della creatività dell’uomo. Il fascino di quelle voci alimenta un’evidente seduzione, sempre più marcata, sulle emozioni degli spettatori. Tutti sono consapevoli che gli attori stranieri non parli­no con la loro voce, ma ciò non si configura co­me un problema per nessuno se non per alcu­ni intellettuali.”